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RACCONTI A TUTTA BIRRA 5

RACCONTI A TUTTA BIRRA 5

I“Racconti a tutta birra” sono stati scritti, in occasione dell’Oktoberfest, dagli studenti del corso di Narrativa di 1 livello di StudioStorie: un manipolo di valorosi scrittori, ispirati dalle fragranze delle migliori bevande al luppolo, rendono omaggio alla birra con un racconto ciascuno.

I racconti, uno al giorno, sono pubblicati su www.oktoberfestgenova.com, su www.studiostorie.com e sulle rispettive pagine faceboook.

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Ein Maß», di Tomaso Raggi

 

Tra le tante cazzate che ho sentito nella vita c’è quella secondo cui la birra darebbe un buon odore agli umori corporali, al contrario dell’aglio. Sarà forse per quello che all’Oktoberfest la gente scola un boccale (o Maß) dopo l’altro, come fosse sciroppo di rose? Non è quello che ricordo, specie al di fuori dei tendoni, dove a frotte espletano bisogni vari. Poi c’è l’altra leggenda metropolitana: all’Oktoberfest c’è un mare di gnocca e si rimorchia una cifra.

Sulla prima parte si può anche essere d’accordo, fatta la tara al principio secondo cui la bellezza delle ragazze in un dato luogo è direttamente proporzionale al numero di pinte tracannate. Sulla seconda sono del tutto in dissenso.

Sono andato a Monaco dal 1987 al 2000, anno in cui è nata mia figlia. I primi anni in Vespa, quando ancora il casco non era obbligatorio: che viaggi meravigliosi; che male al culo per giorni e giorni. Poi abbiamo adottato la Golf D del papà di Aldo, che in quella stagione era sempre imbarcato: quando tornava era così infoiato e carico di soldi che certo non si metteva a ispezionare il contachilometri. Sua mamma era contenta se Aldo, Piero e io ci levavamo di mezzo per un po’: meno casino, meno pasti pantagruelici da preparare e maggior libertà d’azione. Che anche lei, quanto a pruriti…

Così, caricati tenda, sacchi a pelo e Camping Gaz, partivamo senza un pensiero al mondo facendo tappa dove capitava, dato che all’epoca il campeggio libero era… libero. Che serate idiote, trascorse ad ammazzarci di risate per le scemenze più impensate: a quei tempi ci bastava una cannetta per sentirci come Easy Rider, mica come i tossiconi di oggi tutti pasticche e polverine.

– Oh, ma che cazzo ci fa un toro qui? – ci svegliò Piero una mattina mentre, alle prese con l’alzabandiera, cercava di far pipì: il torello era così ammaliato dalla t-shirt della Coca Cola che, svizzero e preciso, infierì solo su quella dopo che Piero se la fu sfilata e l’ebbe gettata in direzione opposta alla propria corsa.

Scroccavamo ospitalità a un buffo emigrato italiano, che, con un accento incomprensibile, ci aveva accostato mentre giravamo alla ricerca di un camping vicino al centro. La moglie aveva piantato Enzo – che però voleva esser chiamato Heinz – anni prima, e la casa era un tale casino che eravamo contenti di stare in giardino, che così, una volta l’anno, veniva rassettato e ripulito da noi.

Dopo un paio d’anni di Scheiße Italiener, i vicini avevano imparato a festeggiarci sia all’arrivo, sia alla partenza, con piccoli doni che ricambiavamo con sughi e pacchi di pasta all’epoca introvabili dalle loro parti. Eppure nessuno di loro, tanto meno Enzo-Heinz, si era mai degnato di andare all’Oktoberfest. Né con noi, né con loro. Solo anni dopo capimmo il perché: nata come festa popolare per festeggiare le nozze del principe, negli ultimi anni s’era trasformata in una kermesse per ricconi di tutto il mondo. Anche per questo ci era impossibile rimorchiare: eravamo vestiti come straccioni, anche se in mezzo alla ressa festante.

Gli ultimi due anni tornammo quasi per senso del dovere, per esorcizzare la sensazione di inesorabilità del tempo che, con il finire degli esami, la laurea, le prime relazioni durature e, soprattutto, le prime esperienze di lavoro, si stava impossessando di noi.

Alla fine provai un gran sollievo quando Corinna mi annunciò l’arrivo di Clementina e il suo approdo a casa mia. Come la conobbi? Tornando a casa, finito l’ultimo turno, inciampò su di me, steso fuori da un tendone, svenuto in un lago di vomito, spero mio. Alla domanda “Wie geht es dir?” (“Come stai?”), risposi “Italiener… scheiße”, e lei rise tanto che non ebbe cuore di lasciarmi lì; poi una cosa, si sa, tira l’altra.

Oggi lavoro con Aldo e Piero, distribuiamo birre Weizen in Italia e forniamo gadget ai titolari dei tendoni di Monaco. In Baviera torniamo solo per affari, che vanno bene. Il mio Oktoberfest è ormai a Genova, in Piazza della Vittoria: a Corinna fa casa e coi ragazzi ci divertiamo a ricordare Heinz e le bischerate di quei tempi.